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Quelli che seguono sono alcuni dei testi critici più recenti scritti sul lavoro di Giovanni Cerri 2008
Stefano Crespi, introduzione al catalogo della mostra personale "L’inquieto esistere", Museo d’Arte Moderna di Gazoldo degli Ippoliti (MN) e Ex Chiesa di San Pietro in Atrio, Como, luglio.
[…] Cerri ama quella grande solitudine di Sironi e quella sorta di fatalità di Permeke. Mi ha confermato di sentire pure una certa vicinanza con l’atmosfera del realismo esistenziale là dove l’immagine è più disarmante (come in Giuseppe Banchieri, figura di aristocratica malinconia).
[…] La periferia diviene una periferia dell’esistenziale: il segno e il sogno di una lontananza. Il grigio nella pittura del Novecento è un colore terminale: qui, nei quadri di Cerri, c’è un brivido lento, una sorta di allucinazione senza oggetto. Cerri usa fogli e carta di giornale come supporto delle immagini. Noi siamo un linguaggio. Scorre e si perde in queste città fantasma, in queste periferie la frase infinita in quella moltitudine di voci disparate, disadorne, stridenti.----------
Stefano Cortina, testo in catalogo della mostra personale "L’inquieto esistere", Museo d‘Arte Moderna di Gazoldo degli Ippoliti (MN e Ex Chiesa di San Pietro in Atrio, Como, luglio.
[…] E il suo ambiente, civico animale, è sempre stato il territorio urbano. La città è il palcoscenico l’uomo, l’attore. Ma non è mai la raffinata città delle vetrine, del vanesio passeggio, del dominio dell’avere. E’ la città delle periferie, del vero tessuto abitativo, della ricerca in ultima analisi di colui che abita, di cui Giovanni, noi, voi, facciamo parte. […]----------
Mimmo Di Marzio, introduzione al catalogo della mostra personale “Acute presenze”, Galleria Como Arte, Como, febbraio.
[…] Giovanni Cerri ama la pittura e ne è pienamente ricambiato. La forza che scaturisce dalle sue composizioni sta tutta nell’emozione di uno sguardo che egli riesce a preservare intatto su un’umanità raccontata attraverso la sua assenza, ovvero nel suo passaggio lungo i luoghi in un tempo indefinito. Proprio questa assenza, che è “più acuta presenza” come nella poesia di Bertolucci, risuona come silenzio assordante nelle prospettive metafisiche di queste vuote periferie urbane. Esattamente come nei falansteri abbandonati alla luce “lercia” di Mamma Roma, o nelle fabbriche mute ritratte da Basilico. Le monocrome evanescenze da cui emergono, come in un sogno, ora in un traliccio, ora un capannone dimesso, ora il tendone di un vecchio circo che non diverte più, ci colpiscono perché quella cruda desolazione riguarda in fondo la storia dell’uomo moderno, le profondità di un immaginario collettivo in cui cielo, terra, marciapiedi e persone diventano un’unica cosa, con lo stesso dolore e le stesse sensazioni perdute nel nulla. […]----------
Veronica Riva, testo in catalogo della mostra personale “La città che scende”, Spazio Tadini, Milano, aprile.
[…] Visioni di città che si stanno sfaldando sotto gli occhi degli astanti. Paesaggi deserti, alienanti, in cui la presenza umana è solo ricordo, ma di cui si percepisce ancora un soffio di vita non svanito del tutto, che aleggia tra i muri degli edifici scheletriti in abbandono come relitti bellici. Le finestre si mostrano all’osservatore come orbite vuote che aprono verso un mondo perduto, sommerso, annientato. La sensazione di vite vissute, consumate e volate via è accentuata ancor più dalla scelta del supporto pittorico: carta di giornali che, in quanto oggetti del quotidiano, subiscono una fruizione usa e getta, caratteristica condivisa con molti aspetti della società contemporanea. […]----------
Bruno Milone, testo in catalogo della mostra personale “La città che sale/La città che sprofonda”, Spazio Tadini, Milano, aprile.
[…] Il pittore Giovanni Cerri quasi un secolo dopo ha rivisitato le periferie urbane delle metropoli contemporanee dopo la fine dell’industria di massa e vi ha descritto un panorama di desolazione. Ripercorrendo quei luoghi che un secolo fa erano “l’orgoglio del paesaggio industriale” ne ha ricavato un’immagine di decadenza e di sfacelo. Le attrezzature e gli impianti sono arrugginiti e tutto intorno il terreno è incolto e deserto. Quelle strutture non trasmettono più come dicevano enfaticamente i futuristi la fiducia nel progresso, ma appaiono relitti infecondi di una civiltà decaduta e scomparsa. Sono “città morte”, secondo la definizione dello storico americano Mike Davis, che non smettono però di trasmettere una sinistra e perturbante bellezza: “ la terribile bellezza ipnotica della natura negli spasimi dell’agonia, del paesaggio come inferno dantesco. In questo caso non ci resta altra scelta che guardare”. […]
2007
Antonio D'Amico, Catalogo “News – Papers”, Galleria Palmieri, Busto Arsizio - Va
[…] In Cerri, macrocosmo cronachistico e microcosmo pittorico forgiano un sodalizio di mirabili intenti: la figurazione onirica, che perviene dall’inconscio alla realtà, con uno sguardo ancorato al suggestivo, è ricettacolo meditabondo di sogni, come ben si “legge” in Luna Park. In chiave morfologica, il disegno è qui matrice in nuce già nel tracciato verbale dei fogli di giornale che Cerri adopera come base, senza nessuna oculatezza nella scelta e nella posizione della scrittura e dei suoi contenuti, a volte occultati come in Terra. […]----------
Luca Pietro Nicoletti, Catalogo “Emmhaus”, Galleria Eclettica, Milano, ottobre.
[…] E’ lo stesso senso di abbandono, questo, in cui vanno lette le vedute urbane di Giovanni Cerri, dove gli uomini, da un tempo imprecisato, non vivono più. Sono rimasti gli scheletri degli edifici, i giochi dei bambini. Di tanto in tanto qualche cane randagio brancola disperato, erratico, senza una meta o un luogo preciso. Una catastrofe naturale è avvenuta e ha spazzato via una civiltà: chi è rimasto è un sopravvissuto, un relitto. In qualche modo, vedendo questi dipinti si è di fronte a un vero e proprio reportage del diluvio. Le “terre emerse” di Giovanni Cerri contengono il senso della distruzione, del diluvio, ma al tempo stesso sono abbagliate anche da uno spirito di resurrezione. […]
2006
Chiara Canali, Catalogo “Antologhia Machon”, Galleria delle Battaglie - Brescia
Sopravvissuto, Superstite, Rovine sono i titoli che ricorrono nelle opere di Giovanni Cerri, opere realizzate a tecnica mista su carta di giornale, come espediente formale che fa “sopravvivere” un supporto effimero alla sua fine. Sono volti umano contorti e deformati, dai forti tratti e dalle robuste pennellate, che rivendicano la loro esistenza oltre il raggrumarsi della materia, oppure tetri relitti di paesaggi saccheggiati dalla guerra o scheletri edilizi di desolate periferie urbane, da cui emergono macchie nere al di sopra di dense campiture ocra e marroni. [...]
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